Diario norvegese

Compleanno all’estremo

Compleanno all'estremo

21 settembre 2015

Premessa

Nell’ottantasettesimo giorno dalla partenza, il mio vagabondaggio europeo (in camper) raggiungeva il suo apice.

Oltre l’estremo nord dell’Europa continentale non potevo andare e sarebbe iniziata da lì la discesa per il rientro in Italia. 

Era anche il giorno del mio compleanno. L’intenzione di trascorrerlo a zonzo per le Lofoten era tramontata sotto l’incessante maltempo e gli imprevisti che mi avevano spinto anzitempo alla fuga da quelle isole, convincendomi a puntare direttamente a Nordkapp, distante 1000 chilometri.

Quella corsa sotto la coperta di nuvole più o meno bagnate, mi aveva condotto il giorno prima a Sørstraumen dove mi ero fermato in un camping (del quale ero unico avventore) per ricaricare le batterie e collegarmi a internet in modo da mettere a punto attrezzatura e prepararmi ad affrontare il mio “Capo Nord”. Non il parcheggio con vista sul mare, raggiungibile tranquillamente seduto al volante, ma il “vero” estremo nord d’Europa: Knivskjellodden.

Queste le pagine del diario di quella indimenticabile giornata artica.

21 settembre 2015

Da Sørstraumen a Magerøya

Ho puntato la sveglia alle 5:30. Fatta colazione, qualche foto-ricordo del posto e svolte le operazioni di scarico e carico acque del camper, alle 6:30 sono già in viaggio.


Ci sono 10° e nebbie da nuvole basse, in un paesaggio sempre più spoglio, che include attraversamenti montani in mezzo alle nubi, ma per lo più costeggia sul ciglio dei fiordi, a pochi metri dall’acqua. Ho fretta perché di strada da fare ce n’è tanta, ma non resisto alla tentazione di veloci fermate fotografiche per fissare sulle schedine digitali le nebbie sul Kvænangen e le barche che si specchiano sulle sue acque immobili.


Dopo due ore sono ad Alta, a fare rifornimento e una rapida spesa, che include qualche barretta energetica.

Di tundra ne ho già vista parecchia, in Norvegia, ma è dopo Alta che si entra davvero nella terra dei Sami. Sopra questo altipiano, nel cuore della Contea di Finnmark, la tundra è a perdita d’occhio, con colori che sperimentano gradazioni e abbinamenti di neri, marroni, gialli, arancioni e schizzi di rosso. Qualche sparuta betulla bassa e dal fusto contorto non riesce a spezzare questa piana infinita, sopra la quale le uniche cose che “alzano la testa” sono le casette scure e basse dei Sami, con le tende tradizionali dei Sami, gli steccati e i recinti fatte dai Sami… le mandrie di renne dei Sami.

Il cielo è grigio e la nebbia, quando si sale un po’ di quota, è immancabile, ma piove poco ed è una bella notizia.

Altri cento chilometri e arrivo a Leipovuono (Olderfjord) dove lascio la E6, girando a sinistra per la E69 che costeggia il Porsangerfjorden, mettendo Nordkapp nel mirino: in linea d’aria sono solo altri 100 chilometri.

Un bel po’ di curve e qualche tunnel, lungo la bella strada che corre a ridosso del mare, tra i colori scuri delle rocce e i giallo-aranci-verdi di una tundra erbosa, e vedo comparire il cartello “Nordkapp Kommune”. Lo supero con un brivido di soddisfazione: meno di 30 ore fa ero intrappolato nel labirinto buio e piovoso delle Lofoten, a mille chilometri da qui, e senza una direzione. Adesso eccomi qua con la mia meta principe a tiro di contachilometri. Le gocce sono rarissime, l’asfalto è asciutto e di un bel grigio chiaro che si abbina a quello del cielo: è sempre coperto ma la luce è crescente.

Ancora qualche morbida curva e la strada si fa curiosamente a strisce: in corrispondenza delle ruote, per ogni direzione di marcia, l’asfalto è nero, mentre in mezzo corre una fascia grigio-chiara; in più non mancano le tradizionali linee continue bianche, lungo i due lati della carreggiata, e quella gialla tratteggiata che separa le due corsie, al centro della strada. È il tratto che conduce al Nordkapptunnelen: 6.870 metri di tunnel che si getta 212 metri sotto il mare (come recita il cartello) e fa sbucare a Magerøya, l’isola di Capo Nord. 

Ormai è a poco più di 40 chilometri. All’orizzonte, balenano lingue di azzurro.

Prepararsi al peggio

Sono le 12:21 quando fermo il camper nel parcheggio che sta a 7 chilometri di strada da Capo Nord e il suo piazzale. Ma il mio piazzale è questo: è da qui che si parte a piedi per Knivskjellodden.

Nel grande rettangolo asfaltato c’è solo un’auto parcheggiata (quindi immagino che incontrerò qualcuno) e un cartello informativo. Davanti, sulla distesa di tundra sassosa, posso vedere i primi cumuli di pietre, che sono i fari da seguire lungo il percorso che porta alla punta.
 Ci sono 7 gradi e nel cielo il grigio uniforme ha lasciato ormai il posto a grandi piastre di nuvole che corrono rapide e fanno intravedere talvolta l’azzurro del fondo.

Ma non ho tempo per stare a guardare: la parte più dura inizia proprio adesso e di cose da fare ne ho parecchie.

Apro subito la bombola per dare gas ai fornelli e mettere a scaldare l’acqua per un caffè solubile da mescolare a un caffè fatto con la moka. Voglio riempire il thermos che ho acquistato prima di partire e non ho ancora usato: questa è l’occasione giusta.
 Nel frattempo mangio una bella razione di mycfag d’ordinanza (lo yogurt con muesli, corn flakes, avena e granola che è la base della mia alimentazione che, in questi mesi di viaggio, prevede pomodori, fagioli, frutta, pane e una scatolettata al giorno, variabile dai minestroni, alle polpette di pesce, al gulasch, al tonno, alle zuppe di verdure o funghi…).

Lo zaino è già pronto, con tutto il suo bel carico.


C’è la macchina fotografica, ovviamente, con i suoi tre obiettivi, le schedine di riserva, il sacchetto di protezione dalla pioggia, il telecomando e il ricevitore per il controllo remoto per le foto a lunga esposizione (è pieno giorno, ma non si sa mai).

C’è l’iPad mini, che mi serve per registrare la traccia GPS dei miei movimenti (e che uso dall’inizio del viaggio), ma anche per comandare a distanza la macchina fotografica e soprattutto per controllare la posizione lungo il percorso, sfruttando il GPS con le immagini satellitari offline che ho scaricato… potrebbe salire la nebbia e potrei perdere di vista il sentiero…

C’è anche il cellulare, predisposto come l’iPad, ma tenuto spento, e da accendere solo in caso che la batterica dell’iPad si esaurisca… e naturalmente in caso di bisogno ed emergenze telefoniche… che non si sa mai.

C’è la mantella impermeabile, in caso di pioggia. C’è un cambio di calze e intimo, una felpa aggiuntiva e guanti più pesanti e, sull’esterno dello zaino, ci attacco anche un sacchetto con dentro gli scarponcini da trekking… che ne so, potrei bagnarmi tanto nell’erba, o cadere nell’acqua… o dovermi riscaldare per un improvviso abbassamento della temperatura!


Ci piazzo la GoPro – che uso quotidianamente, agganciata sul cruscotto del camper, per fare i time-lapse del viaggio – e che in questo caso, avvitata sul treppiedino Manfrotto, fisso a uno spallaccio dello zaino.
Ci aggiungo anche le batterie di scorta, naturalmente. 
E ancora, ci metto dentro le barrette energetiche prese ad Alta; ci infilo il thermos colmo di caffeina bollente, appena preparata e, non contento, ci aggiungo un barattolo vuoto da caffè riempito di miscela di muesli, una barattolino di yogurt e un cucchiaio… che ne so… potrei perdermi, essere sorpreso dal maltempo, essere bloccato per qualche motivo e dover stare molto di più delle sei ore previste su quella lingua sperduta di terra nordica affacciata sul Mare glaciale artico!

Nello zaino ci sono poi i documenti e le chiavi, la luce frontale, il coprizaino, il fischietto per richiamare l’attenzione, alcuni sacchetti di plastica – per eventuale spazzatura, o per coprire qualcosa – e ci metto infine anche un rotolo di nastro americano… non lo so a cosa serva ma può sempre tornar utile… che ne so… per chiudere uno strappo, fasciare una gamba spezzata, tenere insieme bastoni per costruire ripari, zattere o ponti!


Alle 13 in punto parto così bardato: doppie calze e stivali, tuta elastica sotto i jeans, boxer, maglia sportiva termica, maglietta, maglia di pail, giacca a vento con cappuccio, berretto, guanti, bastoncino da escursione e quella decina di chili addosso che la Russia potrebbe anche dichiarare guerra alla Norvegia e bombardare Capo Nord, o la punta dello Knivskjellodden, per uno straordinario fenomeno geologico, potrebbe improvvisamente staccarsi e prendere il largo, che io riuscirei a sopravvivere per giorni, fotografando allegramente il tutto!

Adesso mi posso prendere in giro e scherzarne, naturalmente, ma il fatto è che non sapevo davvero a cosa stessi andando incontro e i racconti letti sull’argomento, se da un lato tranquillizzavano sulla fattibilità e non pericolosità di quei 9+9 chilometri, dall’altro prefiguravano fango, nebbie, piogge, vento, freddo… e quelli che avevo letto erano resoconti di escursioni compiute in giugno, luglio, agosto. Oggi invece siamo il 21 settembre, l’estate finisce, io faccio 50 anni e non ho grandi esperienze escursionistiche, oltre a non averne di Nordkapp e della sua meteorologia.

Andata

Mi metto sul sentiero e inizio a seguire i cumuli di pietre che lo segnalano, camminando tra morbide colline, dove le renne brucano la tundra. Si sta accendendo di colori, perché il cielo si illumina e tra le nuvole filtrano sempre più spesso raggi di sole. A 500 metri ho già caldo… e mi accorgo che non ho preso l’acqua! Vabbè, prima di immaginarmi disidratato e morente a Capo Nord penso che, se proprio servirà, mi disseterò con caffè caldo.
 Il sentiero scorre via facilmente: nelle pur lievi salite lo zaino si fa sentire, ma per lo più è un digradare sulla tundra e la terra sassosa con solo qualche passaggio nel fango e nei rigagnoli d’acqua che filtrano sotto il manto dei muschi.

Dopo sei chilometri, all’orizzonte spunta il mare e compare la baia da raggiungere con una discesa più impegnativa per la sua ripidità. Dall’alto vedo le sagome lontane di due persone che si muovono lentamente sul lato sinistro della baia, alla radice della parete del promontorio che dalla baia, appunto, risale di nuovo alla mia stessa quota. Non controllo l’ipad e quindi non so dove mi trovi e non ho idea se Knivskjellodden sia in fondo allo spuntone di sinistra o a quello di destra, tra i due che racchiudono la baia. Immagino però che loro stiano tornando dalla punta e che quindi sia quella la direzione da seguire.

Scendo nella baia e al mare e, quando mi dirigo sulla sinistra, li incrocio, a una ventina di metri di distanza. Sono un ragazzo e una ragazza. Con la mano e un semplice “hi” faccio il cenno di saluto cui loro rispondono poi, indicando con il bastoncino, la direzione dalla quale provengono, aggiungo “is it there?”. Loro confermano con uno “yeah!”, ci salutiamo con un “bye” e proseguiamo per le nostre strade.

Man mano scopro che quella è in realtà la parte più difficile. Non solo perché ormai i chilometri e lo zaino mi fanno arrancare, ma perché in questa parte i segnali del sentiero sono meno visibili e bisogna trovare i passaggi giusti sul fianco, in alcuni punti abbastanza ripido, di questo rilievo che si getta nel mare, tra scogli, fratture, piccoli crepacci, un po’ di fango e anche qualche muschio scivoloso. I miei stivali poi sono adatti all’erba e al fango ma meno alle rocce bagnate.

Faccio qualche marcia indietro nei percorsi sbagliati ma alla fine… alla fine, dietro una roccia, il fianco roccioso finisce… Ormai ci siamo! Supero il segno-monumento a forma di tronco di piramide, supero la cassetta che contiene e protegge il libro degli ospiti, e mi spingo fin sulla punta: ho il mare aperto di fronte e vedo la sagoma scura, e davvero bella, del promontorio di Capo Nord che sta alla mia destra. Posso distinguere la cupola sferica in corrispondenza del parcheggio turistico.

Mi tiro su il cappuccio: ho caldo e sono sudato, ma spira un vento freddo che mi ghiaccia la testa. Appoggio lo zaino e piazzo a terra il mini cavalletto con la GoPro, che continua imperterrita a fare il time-lapse. Tiro fuori l’iPad e controllo ora e posizione: sono le 15:15 (quindi poco più di due ore di cammino) e sono proprio arrivato anche se, a voler essere precisi, c’è ancora una cinquantina di metri da qui, dove sono, un po’ in quota, al mare… la puntissima Nordissima sta lì!

Faccio qualche foto ma subito riprendo tutto in mano e scendo tra le rocce, dove trovo una posizione sicura per poggiare nuovamente lo zaino e la GoPro. Tiro fuori il thermos e mangio subito una barretta energetica – che mi ci vuole – mentre sistemo sullo zaino, a mo’ di cavalletto, la macchina fotografica per l’autoscatto a distanza della foto di rito.


Armato di thermos e iPad, vado sullo spuntone tra gli scogli, fin dove riesco, e mi siedo sulla roccia per godermi il panorama e brindare con un caffè caldo. Non sono pratico di thermos e non conosco quello che uso oggi per la prima volta. Quando è il momento di versarmi un po’ di caffè non capisco bene come funzioni il sistema di apertura e insomma, tra la mia imbranataggine e il colpo di vento che mi schiaffeggia in quel momento, il caffè mi vola su jeans e giacca a vento inzuppando completamente coscia e manica sinistre.


Cerco di pulirmi e rido tra me e me, e sorrido di me, a vedermi lì, nel giorno del mio cinquantesimo compleanno, col culo per terra, sullo scoglio freddo della punta Nord d’Europa, sudato e impiastricciato come un bambino, a giocare a farmi autoscatti mentre brindo a caffè solubile misto moca.

Prima di mettermi sulla via del ritorno, vado naturalmente alla cassetta del libro degli ospiti. Apro e tiro fuori il quaderno, lasciando la mia nota e scoprendo che oggi, sono il terzo visitatore dopo i due ragazzi che ho incrociato prima: erano Simone e Serena, da Bergamo e da Lucca.

Riparto per le 15:50, mentre Knivskjellodden decide di farmi gli auguri mettendoci un po’ di caldo del sole e invertendo i rapporti nel cielo: da nuvole con squarci di azzurro ad azzurro con greggi di nuvole.

Ritorno

Il ritorno è più duro dell’andata. Il percorso è un saliscendi ma, dal momento che la partenza è a 300 metri di quota e l’arrivo è sul mare, va da sé che l’andata è più un scendi che un sali, mentre il ritorno è più un sali che un scendi.
 In più è appunto il ritorno, con la fatica dell’andata ancora nelle gambe e soprattutto nelle spalle, gravate dal peso (in gran parte inutile) del mio zaino da scalata del K2.

Il sentiero sembra allungarsi mentre la mia marcia diventa da un lato più arrancante ma dall’altro più spedita: non sono solo io a non vedere l’ora di arrivare ma anche le mie gambe, evidentemente, che ormai vanno da sole. Le soste per le foto sono praticamente sospese ma non evito di inseguire uno scorcio di giallo che guizza tra nuvole e mare in uno dei pochi passaggi in cui è visibile il versante Ovest.

Ormai imbrunisce quando vedo spuntare la sagoma del mio camper. Arrivo alle 18:13 e quindi, a dispetto della sensazione soggettiva, il ritorno è durato poco più dell’andata.
 In compenso sono sfinito e mi sento a pezzi. Mi sgravo dello zaino, mi tolgo gli stivali, e mi spoglio da cima a fondo per liberarmi dagli indumenti madidi di sudore. Mi asciugo alla meglio per rivestirmi d’asciutto. Con l’asciugamano in testa, seduto sullo sgabellino, fuori dal camper, divoro tre banane di fila, barretta energetica e frutta secca. Mi fanno male gambe, il collo, le spalle e tutto mi duole, ma non riesco a stare fermo… mi alzo, passeggio, mi siedo… Fa freddo e sale un vento gelido, ma sto bene nei miei vestiti asciutti e l’asciugamano in testa, mentre sciabatto nel piazzale sorseggiando caffè ancora caldo. È una sensazione bellissima.

Devo ancora decidere cosa fare per la notte. Ho qualche indirizzo di aree di sosta più a Sud e ne ho anche vista una mentre arrivavo di corsa stamattina. Ma perché non restare qui? L’unico dubbio è che non sia ammesso, visto che a 7 chilometri, proprio a Capo Nord, c’è il parcheggio ufficiale (a pagamento) per camper. Ma io devo solo dormire e non mi serve corrente o acqua… e qui non ci sono cartelli di divieto.
Mentre sono dentro il camper a ragionare su cartine e indirizzi, alzo gli occhi e vedo il cielo, proprio davanti al muso del camper, che si tinge di rosso. Esco subito per fare qualche scatto ma c’è la collina davanti e non vedo né il sole né il mare. Decido allora di raggiungere la cima. Prendo il cavalletto, la macchina, l’iPad e anche la GoPro che sta facendo ancora il time-lapse, mi rimetto gli stivali e corro, dolorante e zoppicante, sulla collina. In realtà, pur salendo, non si riesce a veder il mare da lì… c’è un’altra collina e ormai quella vampata di tramonto è svanita. Resta solo una lingua di giallo che si sta estinguendo. Piazzo la GoPro per terra, sistemo il cavalletto e decido di immortalare quei colori, che spengono in bellezza le luci sul mio genetliaco, insieme alla mia silhouette.

Mentre ritorno al piazzale, dalla strada che scende da Capo Nord, arriva un camper che ci pensa un po’ e poi si piazza nel parcheggio sul lato opposto al mio. Mi dedico a sistemare le cose che ho ancora sparpagliate ovunque: lo zaino da svuotare, il bastoncino da trekking, stivali, vestiti… Finisco col buio e, confortato dalla presenza dell’altro camper, decido che sì, dormirò sotto le nubi basse di Capo Nord.

Grazie, Norvegia.

Mappe

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