Diario norvegese

La mia prima aurora boreale

La mia prima aurora boreale

Notte tra il 9 e 10 settembre 2015
BLÅFJELLA-SKJÆKERFJELLA

Premessa

Ho messo piede per la prima volta in Norvegia nel 54° giorno di un lungo viaggio in camper che, nel 2015, mi ha fatto toccare 19 Paesi europei, in 126 giorni e 25.000 chilometri.

Ho scattato migliaia di foto e non so contare gli incanti che mi ha regalato. Soprattutto i 33 giorni norvegesi, naturalmente. 

Se dovessi salvare però un solo giorno dei 126 e conservare un solo ricordo, sceglierei l’ora a cavallo tra il 9 e il 10 settembre. Quella è l’ora della mia prima aurora boreale.

L’immagine che salverei, tra le tante tentate e non riuscite, è forse una delle peggiori. Ma è la mia aurora.

Riporto qui sotto la pagina del diario di quel giorno memorabile.

9 settembre 2015

Da Nedre Nea a Blåfjella-Skjærkerfjella

Oggi supero Trondheim ed entro nel “Grande Nord”.

La strada maestra è la E6 anche se, essendo autostrada, non mi entusiasma. Sono agli sgoccioli con la parabola satellitare: a questa latitudine teoricamente non dovrebbe avere più connessione anche se per ora, con opportune condizioni, seppur debolissimo, ho ancora segnale. 

Ne approfitto raccogliendo informazioni e guardando qualche cartina per dirigere questo mio odierno “viaggiare ignorante”.

Cerco di fare anche tesoro delle dritte datemi dal simpatico camperista e fotografo tedesco in pensione (il terzo camperista tedesco prodigo di consigli) che ieri sera mi ha accolto all’area di sosta di Nedre Nea e che stamattina, con il suo passo affaticato e la cartina in mano, mi ha voluto ragguagliare su qualche buona via per Capo Nord. 

Alla fine decido di seguire la E6 e poi di andare all’interno, nel Parco Nazionale di Blåfjella-Skjækerfjiella. 

La E6, pur bella in molti punti, si rivela come prevedibile poco “fotografica” e parecchio caotica e scomoda per le soste. Mi fermo giusto per fotografare qualche riflesso sui laghi.

Lasciata la E6, il paesaggio della strada che porta all’area di sosta del Parco nazionale è di certo più suggestivo, con il suo tappeto di muschi e licheni e i suoi alberi torti e ritorti, bruciati dal vento e dalla neve. 

L’area di sosta dove mi sono sistemato è un semplice piazzale in terra e ghiaia. Una fila d’arbusti la separa dalla strada scarsamente trafficata. C’è un tabellone informativo, una struttura coperta con panca circolare per stare attorno al fuoco, un WC spartano con il classico cuoricino rosso di legno intagliato sulla porta. 

Al mio arrivo un van tedesco è già parcheggiato sul lato verso la strada. Io mi sistemo sul lato opposto, più vicino al sentiero che conduce nel parco e al torrente che scorre vicinissimo e che, proprio all’altezza del parcheggio, s’infossa fragoroso con salti e spruzzi tra le rocce.

È l’ora a ridosso del lungo tramonto. Tiro fuori la bici dal camper e pedalo tra salite e discese sotto un cielo che a poco a poco s’infiamma.

Tempi ed esposizioni

Al rientro dalla sbiciclettata mi preparo la cena e poi provo la parabola, giusto per verificare d’essere uscito definitivamente dal cono d’ombra del satellite. Sorprendentemente invece ho ancora connessione e colgo l’occasione per sbrigare corrispondenza e fare ricerche in internet.

Mentre sto studiando strade e percorsi verso il mare per domani, mi viene la curiosità di guardare fuori. Il cielo è stato coperto quasi tutto il giorno e qui l’umidità è salita tanto quanto è scesa la temperatura, ma durante il tramonto s’era schiarito e poi non si sa mai.

Di notte, da dentro il camper illuminato, quello che c’è fuori, si vede a fatica e bisogna uscire o almeno aprire la porta e mettere fuori il naso. E così faccio: sono le 23:15 e scopro, guardando a Sud, che di stelle se ne vedono eccome.

Mi preparo velocemente ed esco attrezzato di tutto punto: macchina sul cavalletto con fuoco manuale già impostato su “infinito” e modalità di scatto in manuale con diaframma a 3.5 e ISO a 2500; controllo remoto di scatto innestato sulla slitta e telecomando in tasca; luce frontale in testa, oltre naturalmente alla bardatura per proteggermi dal freddo umido, dai piedi alla testa.

In testa, oltre al berretto e alla luce frontale, ho anche un’idea precisa degli scatti che vorrei sperimentare: lunghe esposizioni con la macchina posizionata in mezzo al torrente e inquadratura verticale in modo che nella metà superiore si veda il cielo stellato e in quella inferiore si possano apprezzare i salti dell’acqua tra le rocce.

Avevo già adocchiato il posto giusto per l’ambientazione subito dopo l’arrivo, curiosando tra gli alberi che costeggiano il rumoroso ruscello, e la foto che ho in mente è un capriccio fotografico che accarezzo da tempo.

La posa lunga farà emergere in alto la luce delle stelle e della Via Lattea, mentre in basso torrente e rocce dovranno essere esaltate grazie alle “pennellate di luce” che posso dare artificialmente sfruttando la mia luce frontale. L’acqua corrente dovrebbe a quel punto apparire come una scia lattiginosa e uniforme che fluisce tra i sassi. Ho fatto qualche esperimento simile in passato, anche se mai troppo riuscito.

Appena uscito dal camper, prima di dirigermi al torrente, noto che ahimè, a Nord, c’è un bagliore diffuso che sporca il bel nero del cielo e che non avevo notato prima di prepararmi ad uscire. Sarà inquinamento luminoso di qualche insediamento vicino o la luce della Luna (che pure non vedo) che si impasta con foschia e umidità… non ne ho idea.

Giusto per verificare le impostazioni della macchina, piazzo il cavalletto in mezzo al parcheggio e punto quasi a caso a nord facendo un paio di scatti e constatando come la posa lunga amplifichi quell’effetto luminoso fastidioso. Lo so, a guardare adesso le foto, sembra impossibile che non me ne sia accorto subito, ma i miei occhi sono abituati all’inquinamento luminoso e non ai prodromi delle aurore boreali. E poi sul piccolo monitor della macchina si vede poco… e poi, insomma, devo andare a fare le foto al torrente, prima che la situazione peggiori e il cielo si sporchi anche a Sud!

Sul torrente

Quella programmata non è operazione così agevole. 

C’è da scendere sul letto del torrente, facendo attenzione a non scivolare sul morbidissimo tappeto di muschi, nel quale le scarpe sprofondano letteralmente, che ricopre l’area fin sulle rive scoscese del torrente. C’è da farsi strada tra i rami secchi e gli aghi di pini e abeti. C’è da individuare le rocce più stabili dove mettere i piedi, senza bagnarsi e scivolare. C’è da posizionare il cavalletto, allungando e accorciando le gambe telescopiche in modo che sia stabile e che la macchina fotografica sia il più bassa possibile, vicina all’acqua ma non troppo. C’è da trovare l’inclinazione giusta della macchina fotografica, mantenendola a bolla e controllando che non arrivino schizzi o umidità sull’obiettivo. C’è da scattare usando il telecomando e accertandosi che la corrente non faccia vibrare il cavalletto. C’è da stare naturalmente attenti a non toccare la macchina mentre ci si muove, sempre in bilico tra le rocce, per illuminare “a naso” sassi e acqua, nei 15-20 secondi di durata dello scatto. 

Insomma c’è un bel po’ da fare in mezzo a quel fragore d’acqua, al buio, al freddo umido. 

A dir la verità è una bella sensazione anche semplicemente l’essere lì, da solo, in quell’insignificante, chiassoso, gelido angolo di mondo, nel mezzo della notte di un bosco sconosciuto, in un Paese straniero a 2.000 km da casa. È un’emozione intensa, indipendentemente dalle foto che sto cercando di fare, che riescano o meno.

E in effetti, i risultati non sono soddisfacenti.

Oltre agli alterni esiti delle mie illuminazioni artificiali di torrente e alberi, e oltre alle problematiche dell’inquadratura che mi obbligano per ogni scatto a sperimentare cambi di posizione, inclinazione e parametri della macchina, i primi scatti mi confermano quel deturpante rumore di fondo del cielo. 

Lo vedo apparire sempre più chiaramente nel monitorino della macchina, dopo ogni posa, non tanto perché a occhio nudo si noti meno ma perché, paradossalmente, pur essendo il mio soggetto il cielo, le stelle e la cascata “vista da sotto”, pur essendo insomma il mio soggetto “in su”, io guardo sempre in giù, verso il basso.

I miei occhi sono infatti tutti dedicati alle rocce dove metto i piedi o dove mi accovaccio, a quelle che illumino con la torcia, all’acqua e agli appoggi di fortuna dove sistemo il treppiede. Le mie attenzioni sono per la macchina fotografica, per i suoi pulsantini e per il piccolo monitor, appunto.

È con un misto di contrarietà e rassegnazione che, dopo un’ulteriore foto “sporca”, mi alzo in piedi per sgranchire le ginocchia, che ne hanno bisogno, e sollevo finalmente lo sguardo. 

È solo in quel momento che la vedo e improvvisamente capisco: una maestosa aurora boreale sta danzando esattamente sopra di me.

Danze

Attraversa il cielo da sud a nord con il suo sinuoso cordone luminoso. Ora è più azzurro-verde, ora più giallo e bianco e serpeggia lentamente. Dal corpo principale si levano veli tremuli di azzurro-viola, ondeggianti come mossi dal vento, ma poi sembrano sfrigolare in spruzzi fiammanti e ancora diventare rapidamente fasci tesi di luce giallo-verde che si proiettano come dardi scagliati in l’alto. 

Sono striature e foglie e lingue e lame e vapori e onde e schegge e nuvole di luce cangiante che mutano di continuo, in forma e posizione, mentre lei si accende e s’acquieta, pronta per ricomparire altrove.

È uno spettacolo che mi irretisce.

Quando non resto imbambolato a guardarla, sono in preda a un sentimento che è insieme di scomposta eccitazione e di allarmato panico. In effetti è un evento al quale sono impreparato. Impreparato mentalmente, perché oltre a non essere la stagione delle aurore boreali, non immaginavo che potessero vedersi così a sud. E impreparato tecnicamente. Come si fotograferanno le aurore boreali? Con quali ISO, con quali tempi? Non mi sono nemmeno documentato, tanto escludevo la possibilità di trovarmici di fronte.

E invece eccola qui che fluttua e sfiamma, possente e leggiadra. 

Mentre ruggisce sfarzosa sembra quasi divertirsi nel prendersi gioco di me che m’arrabatto, sempre in equilibrio precario tra le rocce, nel cercare di immortalarla. 

Ma è davvero un’impresa e i problemi sono molteplici. Con tempo di esposizione troppo lungo, la foto s’impasta perché durante la posa lei si muove rapida. Al contrario, se il tempo è troppo corto, non entra abbastanza luce e quindi sparisce. E poi, la luce… quale e quanta luce? Come si fa a tarare i tempi, se ora si accende in lingue intense ora s’attenua in veli leggeri!? 

Ma più che le impostazioni di scatto della macchina, la vera difficoltà è posizionarla, la macchina. Dove puntarla e come? verso quale direzione e con quale alzo? e con inquadratura orizzontale o verticale? 

Benedetti fugaci tramonti, benedette flebili stelle fisse lontane! Quelli e quelle sai almeno dove accadranno e, per quanto precari e variabili siano, ne puoi prevedere l’evoluzione e aggiustare il tiro in corsa. Quello che sta accadendo davanti al mio obiettivo ora è invece un fenomeno imprevedibile: nella posizione, nella forma ed estensione, nell’intensità e nell’andamento… ed è molto più effimero.

Nel tempo in cui tu sistemi la macchina puntando l’orizzonte, lì dove sta fiammeggiando in venature verticali di verde e ciclamino, lei si sposta e, quando sei pronto allo scatto, lei sta già tagliando il cielo da destra a sinistra proprio sopra la tua testa con un serpente giallo-verde di plasma pulsante. 

Così schiacci il pulsante di scatto sul telecomando e, mentre la macchina fotografa il nulla o poco più, tu non puoi che stare a bocca aperta, con il naso all’insù e gli occhi spalancati e mai sazi.

L’ho inseguita per più di un’ora. Ho sostituito obiettivi, ho cambiato posizioni, ho sperimentato tempi… e non sono riuscito a fare una-foto-una che sia capace di render merito della meraviglia che mi è stata regalata sopra i monti di Blåfjella-Skjækerfjella.

In parte perché è obiettivamente difficile fotografarla, in parte perché non sapevo e ancora non so farlo, ma principalmente perché, soprattutto nei passaggi più eclatanti, sono rimasto inerme e impotente a guardarla incantato.

Elettromagnetismi

In questi mesi, molte delle persone a conoscenza della mia destinazione nordica, l’hanno naturalmente nominata: “ah, vedrai l’aurora boreale, che bellezza!”. Io con un po’ sufficienza, ammetto, ho sempre risposto che non è periodo, che le aurore ci sono tra novembre e marzo e che quindi non l’avrei vista, ma che la cosa non mi dispiaceva poi troppo. In effetti, sulla carta, non avevano mai scatenato un mio particolare entusiasmo. 

Avevo torto io e avevano ragione gli amici, su entrambi i fronti: le aurore ci sono anche fuori stagione e sono eventi che zittiscono e commuovono. 

Quella è stata solo la mia prima aurora boreale, ma è stata un’emozione che non scorderò facilmente. 

Lungi dal sembrare quel che in realtà è – ovvero un mero, per quanto spettacolare, fenomeno elettromagnetico di particelle – un’aurora boreale, rispetto agli altri “meri e spettacolari fenomeni luminosi”, come i tramonti, le albe, gli arcobaleni o le notti stellate, ha qualcosa di diverso e dirompente: nella sua palpitante caducità e flessuosa mutevolezza è una cosa viva. 

Lei non racconta di cieli e di acqua, di stelle e pianeti, di luce e materia o di immensità lontane: lei sembra parlare solo di noi. 

Con la sua fragile forza, le fiamme sfarzose e i flebili bagliori, ci racconta dell’esistenza e della vita. 

Con grazia silenziosa.

Post scriptum

Sospetto che i tedeschi del van non si siano accorti di nulla: non sono mai usciti né si sono mossi. 

E può succedere di stare sotto a un simile incanto e non averne nemmeno il sospetto. 

L’aurora boreale è muta: se non la vedi, non la senti. 

Ma ha anche questo di magico: se la vedi, ti sembra di sentire nettamente il fruscio del suo luminoso, fluttuante pulsare.

Galleria

Mappa dei luoghi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.